Embodied Nationalisms

Ethnography and nation building

Che succede all’Europa (o meglio, agli stati-nazione europei)?

Posted by urban.questions su agosto 18, 2011

Gustave Moreau - Europe et le taureau (1869)

A un anno dalla discussa decisione di Sarkozy di espellere cittadini UE (romeni e bulgari) dal suolo francese sulla base di una loro presunta minaccia all’ordine pubblico, si legge ora di una recente misura del governo spagnolo. Si tratta di una decisione destinata ad avere un’eco probabilmente minore di quella francese, ma gli assunti dai quali muove non sono così distanti. Da giovedì scorso 11 agosto 2011 i cittadini di nazionalità romena senza un contratto di lavoro spagnolo e intenzionati ad averlo non possono entrare in Spagna. Il risvolto pratico di tale manovra è semplice: cittadine/i romeni non entreranno in Spagna se non come turisti, dato che è più probabile entrare a far parte della famiglia reale inglese piuttosto che trovare lavoro in Spagna senza essere lì. Perchè questa misura? Poco meno di un terzo dei romeni oggi in Spagna – secondo il governo – è disoccupato. Aggiungete livelli di occupazione ai minimi storici, le crisi politiche africane, la recessione globale, ed ecco la radicalizzazione progressiva di un principio che arriva da un lontano (perchè pare dimenticato) passato: la seconda metà del XIX secolo. Infatti, perchè – dato un livello di disoccupazione cospicuo tra i romeni – varare una misura basata sull’essere romeno, e non sull’essere disoccupato? Qui mi sembra si annidi la radicalizzazione di un pensiero che fa dell’appartenenza nazionale la principale categoria interpretativa del mondo sociale, in grado di guidare non solo pensieri ma anche azioni, e azioni politiche (cfr Calhoun 2007 Ch. 5).

La commissione europea approva, con il commissario per il lavoro che dichiara ‘Approviamo per via della situazione particolare della Spagna’. Il sogno europeo di unità e coesione sociale elaborato da politici come Delors, Monnet, Spinelli sembra scontrarsi sempre più di frequente con le spaccature che aveva cercato di ricucire, quelle dei confini nazionali. Renderli più fluidi sembrava la direzione più auspicabile allora, prima con l’economia e la finanza, poi con la politica. Molti fatti di oggi pongono domande sulla riuscita di quel progetto, ma anche sull’effettiva capacità di quelle idee di porsi – allora – come alternativa ai nazionalismi in tempi di capitalismo accelerante. Come spiega Douglas Holmes (2000) sembra che i due principali riferimenti dei padri fondatori, ovvero principi tecnocratici propri del sapere amministrativo francese e la dottrina sociale cattolica imperneata sul principio di sussidiarietà, non siano riusciti a depotenziare il principio nazionale, che costituisce la condizione della politica da più di tre secoli… e da qualche anno quel principio sembra nuovamente radicalizzarsi. Non era facile, diciamolo.

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